L’isola che non c’è più

Per arrivare a Lastovo bisogna prendere il traghetto a Split (Spalato) e navigare a zig zag fra le isole croate, il tramonto sul mare rende le quattro ore sul gigante metallico indimenticabili, il verde mediterraneo delle piccole terre selvagge sparse come una manciata di sassi nel blu intenso delle acque, rapisce lo sguardo fra questi paesaggi tanto belli da sembrare finti.

Il piccolo porto di Ubli altri non é che una banchina d’attracco, una pompa di benzina e qualche casupola della peggior architettura jugoslava, il traghetto apre il suo ventre metallico é buio pesto quando sbarchiamo, solo il cielo scintilla di stelle come se la volta celeste avesse indosso il suo miglior abito di luci.

Dormiamo a Zacloplatika, le case di pietra bianca incorniciano la baia arrampicandosi sulla montagna verde di macchia e pini, uno scoglio ampio e capelluto frange i flutti del mare aperto e rende sicuro l’approdo, nei tempi che furono é stato un porticciolo di pescatori oggi vi attraccano le barca moderne dei chiassosi turisti. Alcune costruzioni di odierne alloggiano a picco sugli scogli grazie al lavoro delle ruspe riportando alla realtà un paesino che altrimenti sarebbe fuori dal tempo.

La nostra padrona di casa si chiama Ana, ha più di sessant’anni, nata e vissuta sempre su quest’isola che le ha dato tre figli tutti dottori e tutti disoccupati. Ha lo sguardo severo di queste genti, un italiano balbuziente ma più che sufficiente per farsi capire o per evitare di farlo con chi non le sta simpatico. Cucina pesce per noi e parla delle vicissitudini di questa terra contesa e travagliata, dal suo terrazzo il mare ha un ritmico respiro sonnolento, ma é quando parla dei giorni nostri che la mia ingenuità soffre nel sentire gli stessi problemi, le stesse sofferenze, le stesse assurdità, nonostante il mare e i cespugli odorosi, nonostante gli scogli scintillanti e le tante miglia di distanza da terra, distanza che ormai non c’è più in questa lurida prigione globale che é diventato il nostro piccolo pianeta.

 

E così facendo, in sella al nostro cavallo meccanico, esploriamo e perlustriamo la costa per trovare il posto più sperduto di quest’isola sperduta. All’estrema punta ovest, dopo una lunga sterrata fra i pini e gli ulivi selvatici si apre una caletta preziosa e segreta del colore dello zaffiro e dell’acqua marina. Fa la guardia la casa del pescatore costruita di scogli con la sua faccina occhiuta rivolta al vento di maestrale e i suoi legni levigati dalle acque come sculture o capitelli. Sobria e austera come un piccolo tempio dei flutti. Sull’altra sponda la casina gemella guarda anch’essa il mare e sullo sfondo l’isola di Corciula lunga, stretta, verde e bitorzoluta come un mitologico serpente marino. La piccola imbarcazione di legno bianco si riposa placida fra una fatica di pesca e un’atra assicurata agli scogli del suo rifugio cristallino.

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Poi di colpo ritorniamo sul pianeta terra anno 2015, la piccola spiaggia di sassi in fondo alla baia é letteralmente coperta di spazzatura, portata dal mare e dalla maleducazione, tutto un repertorio di plastiche, ciabatte nylon, reti, assorbenti, secchi rotti in un macabro e fantasioso putpurry di ciarpame.

Torniamo il giorno dopo armati di sacchi e pazienza per l’improba missione di ripulire almeno in parte il nostro piccolo paradiso perduto. Dopo poco altre due coppie di ragazzi, anch’essi in cerca di redenzione, si uniscono a noi con mia grande sorpresa e l’indignazione si trasforma in una piccola festa multietnica tanto per ribadire quanto meschino e sublime possa essere l’uomo allo stresso tempo, angelo e demone.

Svegliatevi amici umani poiché ormai anche quest’isola ai confini lontani dei nostri mari non c’è più.

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