Category Archives: Discorsi Filosofici

Ogni tanto mi lascio andare in discorsi un po’ strani!

Mi presento agli amici di Santo Domingo..

Buongiorno agli amici cavalieri di Santo Domingo!!

É la prima volta che vi scrivo da quando da una folle idea di Luna si é concretizzata la possibilità di venire a tenere uno stage nella vostra bella terra di mare e di sole.

Cominciò con il dire che sia io che il mio staff siamo entusiasti di questo viaggio e cercheremo in tutti i modi di non tradire le vostre aspettative.

Vorrei presentarmi, mi chiamo Riccardo Maria Bruno ho trenta nove anni  e da sempre i cavalli sono parte della mia vita. Sono nato in Brasilie da genitori italiani e fino all’adolescenza ho vissuto girando per il mondo per seguire il lavoro di mio padre. Questa vita “gitana” mi ha permesso di entrare in contatto con svariate culture equestri, dall’America Latina al Nord America, dall’Africa all’Europa.

Erano i giorni dell’incoscienza quando bastava galoppare a perdifiato nei campi, volare saltando i fossi e i tronchi, prendere i cavalli e perdersi sulla cordillera lavandosi nei fiumi e dormendo sotto le stelle. Erano giorni di cultura maschia e macista dove dominare la potenza primordiale della bestia era un’atto di ottuso eroismo, erano tempi di lunghi speroni, di frustini acuminati di sudore e botte….

Crescendo i cavalli erano sempre lì come se una forza invisibile ci legasse, ovunque la vita mi portasse mi trovavo sempre fra questi mobili animali.

I cavalli in Europa hanno un’odore diverso, stanno chiusi in ordinatissime scuderie e vengono nutriti con mangimi industriali, in Europa quasi tutti i cavalli sono infelici.

A vent’anni montavo qualunque cavallo, mi ero fatto la nomea di poter “sistemare” qualunque bestiaccia e così avevo a che fare con i peggiori elementi della regione.

Sentivo però che “qualcosa mancava “, l’equitazione non poteva essere solo passione, ardimento, sudore e dolore, poi un aneddoto cambiò per sempre il mio modo di vedere questi mirabili animali… ma questa é un’altra storia per un’altro giorno!

Un abbraccio a tutti gli amici bipedi e quadrupedi di Santo Domingo e un bacio all’amica Luna il cui entusiasmo ha reso possibile tutto questo!

A presto.

Riccardo Maria Bruno

L’isola che non c’è più

Per arrivare a Lastovo bisogna prendere il traghetto a Split (Spalato) e navigare a zig zag fra le isole croate, il tramonto sul mare rende le quattro ore sul gigante metallico indimenticabili, il verde mediterraneo delle piccole terre selvagge sparse come una manciata di sassi nel blu intenso delle acque, rapisce lo sguardo fra questi paesaggi tanto belli da sembrare finti.

Il piccolo porto di Ubli altri non é che una banchina d’attracco, una pompa di benzina e qualche casupola della peggior architettura jugoslava, il traghetto apre il suo ventre metallico é buio pesto quando sbarchiamo, solo il cielo scintilla di stelle come se la volta celeste avesse indosso il suo miglior abito di luci.

Dormiamo a Zacloplatika, le case di pietra bianca incorniciano la baia arrampicandosi sulla montagna verde di macchia e pini, uno scoglio ampio e capelluto frange i flutti del mare aperto e rende sicuro l’approdo, nei tempi che furono é stato un porticciolo di pescatori oggi vi attraccano le barca moderne dei chiassosi turisti. Alcune costruzioni di odierne alloggiano a picco sugli scogli grazie al lavoro delle ruspe riportando alla realtà un paesino che altrimenti sarebbe fuori dal tempo.

La nostra padrona di casa si chiama Ana, ha più di sessant’anni, nata e vissuta sempre su quest’isola che le ha dato tre figli tutti dottori e tutti disoccupati. Ha lo sguardo severo di queste genti, un italiano balbuziente ma più che sufficiente per farsi capire o per evitare di farlo con chi non le sta simpatico. Cucina pesce per noi e parla delle vicissitudini di questa terra contesa e travagliata, dal suo terrazzo il mare ha un ritmico respiro sonnolento, ma é quando parla dei giorni nostri che la mia ingenuità soffre nel sentire gli stessi problemi, le stesse sofferenze, le stesse assurdità, nonostante il mare e i cespugli odorosi, nonostante gli scogli scintillanti e le tante miglia di distanza da terra, distanza che ormai non c’è più in questa lurida prigione globale che é diventato il nostro piccolo pianeta.

 

E così facendo, in sella al nostro cavallo meccanico, esploriamo e perlustriamo la costa per trovare il posto più sperduto di quest’isola sperduta. All’estrema punta ovest, dopo una lunga sterrata fra i pini e gli ulivi selvatici si apre una caletta preziosa e segreta del colore dello zaffiro e dell’acqua marina. Fa la guardia la casa del pescatore costruita di scogli con la sua faccina occhiuta rivolta al vento di maestrale e i suoi legni levigati dalle acque come sculture o capitelli. Sobria e austera come un piccolo tempio dei flutti. Sull’altra sponda la casina gemella guarda anch’essa il mare e sullo sfondo l’isola di Corciula lunga, stretta, verde e bitorzoluta come un mitologico serpente marino. La piccola imbarcazione di legno bianco si riposa placida fra una fatica di pesca e un’atra assicurata agli scogli del suo rifugio cristallino.

Poi di colpo ritorniamo sul pianeta terra anno 2015, la piccola spiaggia di sassi in fondo alla baia é letteralmente coperta di spazzatura, portata dal mare e dalla maleducazione, tutto un repertorio di plastiche, ciabatte nylon, reti, assorbenti, secchi rotti in un macabro e fantasioso putpurry di ciarpame.

Torniamo il giorno dopo armati di sacchi e pazienza per l’improba missione di ripulire almeno in parte il nostro piccolo paradiso perduto. Dopo poco altre due coppie di ragazzi, anch’essi in cerca di redenzione, si uniscono a noi con mia grande sorpresa e l’indignazione si trasforma in una piccola festa multietnica tanto per ribadire quanto meschino e sublime possa essere l’uomo allo stresso tempo, angelo e demone.

Svegliatevi amici umani poiché ormai anche quest’isola ai confini lontani dei nostri mari non c’è più.

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Etica dell’allevamento equino e umano

Ogni società presuppone un compromesso, l’individuo sacrifica la sua libertà personale in cambio di benefici non ottenibili in una vita condotta in solitario. Ognuno di noi ha esperienza delle regole restrittive che il vivere comune ci impone per il fine ultimo della sopravvivenza e del benessere collettivo, ognuno di noi ha ben chiaro quanto sia delicato questo equilibrio di dare avere ed ogni individuo sente quanto una collettività etica e  dignitosa possa giovare al singolo nel suo percorso evolutivo che difficilmente sarebbe ottenibile vivendo un’esistenza decontestualizzata.

Quando un qualunque essere (umano o animale) entra in contatto con un essere più evoluto le possibilità sono due o ne trarrà giovamento o verrà sfruttato. E’ ciò che molto naturalmente succede fra il bimbo e la sua mamma, fra fratelli maggiori e minori, fra l’insegnate e l’allievo, fra i maestro e il discepolo, ma anche fra l’uomo e il suo cavallo.

Quando decidemmo di togliere i cavalli dal loro stato naturale per allevarli e sfruttarne la devastante forza e velocità in cambio di protezione cibo e cure, stipulammo con loro lo stesso patto etico che avrebbe dovuto contraddistinguere anche la nostra di società, quella umana. Privandoli di un bene così prezioso come la libertà e chiedendogli lavoro e fatica a nostro beneficio avremmo dovuto almeno pareggiare la bilancia con un tesoro di altrettanto valore.

É andata davvero così?

Come avrebbe mai potuto esserlo se per primi noi umani, esattamente come i nostri cavalli, siamo relegati in stretti box di cemento, con le grate alle finestre, divisi gli uni dagli altri, malnutriti, ridicolmente agghindati alla moda, con dei pezzi di ferro inchiodati ai piedi, costretti sempre al solito percorso box/lavoro, spendendo le nostre vite e le nostre forze in attività alienanti che poco hanno a che fare con il primigenio etico contratto dove un essere più semplice evolve e si migliora grazie ad una società giusta che in cambio di poco restituisce con gli interessi.
E così alleviamo i nostri cavalli come alleviamo i nostri figli, antropomorfizzando i primi e viziando i secondi, senza alcuna riflessione ci affidiamo pigramente a ciò che si dice, alle consuetudini consolidate, ai dettami della pratica comune, acriticamente, superficialmente.
Ecco perché le nostre scuderie sembrano dei lager, i nostri cavalli sono problematici e muoiono malaticci a vent’anni quando ne potrebbero vivere ben sani quaranta.

Box, mangimi e ferratura sono le piaghe dell’allevamento moderno del cavallo e tutto ciò è dimostrato scientificamente ormai da più di trent’anni.

Vi è un altro aspetto, forse ancor più significativo, che ogni uomo che decide di stare con questi nobili animali dovrebbe attentamente considerare.
Oggi si tende a pensare che naturale sia sinonimo di migliore. Questo è vero solo in minima parte.
Un cavallo che pascola sereno, in compagnia dei sui simili, nella sua postura riposata e naturale avrà il peso della sua imponente massa per lo più sugli anteriori; il lungo dorsale disteso, lo splenio proteso in avanti nell’atto del brucare, la forza motrice dei posteriori quasi assente: i cavalli al prato deambulano tirandosi con gli anteriori, non spingendosi con i posteriori.
Un cavallo montato in questa sua postura naturale sarà un cavallo sulle spalle, orizzontale, direzionale e generalmente pesante sulla mano. La sua schiena e la sua incollatura svilupperanno una muscolatura rigida atta a compensare il continuo squilibrio in avanti nonché il peso del cavaliere. Sarà un animale destinato prima o poi a patologie muscolo scheletriche in alcuni casi anche gravi.
Anche il giovane bipede della razza umana nella sua posa decontratta e naturale, magari camminando sulla spiaggia in compagnia dei suoi simili, ciondola squilibrato in avanti, le spalle curve, il bacino retroflesso a volte molto distante dalla grazia della posizione eretta.
Poi al prato e sul bagno asciuga qualcosa succede, passa una giovane femmina dalle forme sinuose e la criniera al vento, entrambi bipedi e quadrupedi si trasformano, il petto si gonfia, le spalle si aprono, il bacino si ingaggia, gli addominali si tirano, l’incollatura si rileva e si incurva, le orecchie si tendono e gli occhi scintillano, i gesti si fanno ora coerenti armonici competitivi, carichi di energia ed equilibrio, un equilibrio che è sempre naturale ma ora è più netto, più significativo, più appariscente, più performante.

E’ in questo tipo di postura che il maestro monta il suo cavallo, è questo equilibrio verticale lo scopo ultimo dell’addestramento ed è nel raggiungimento di questo stato in maniera volontaria, continuativa e cosciente e non aleatoria e contestuale da parte del cavallo che risiede la chiave etica dell’equitazione.

Il maestro evolve dallo stadio di natura allo stadio di sapienza il suo destriero, liberando e portando alla coscienza la sua parte più nobile, pareggiando i conti.
Una equitazione incosciente, superficiale, ignorante, anche in buona fede e peggio ancora se praticata in maniera spocchiosa ed arrogante, diventa IL problema morale urgente con il quale ogni cavaliere dovrebbe seriamente fare i conti.

Riccardo Maria Bruno

(Bleeding – Barbara Fedeli – acrilico su carta – 70×50)

Tempesta!

Ebbene ci siamo! Domattina si parte per la Lungaviae mentre stiamo al calduccio del nostro letto, fuori piove e tira un’aria di tempesta.
Penso a cosa avremmo fatto se ci fossimo trovati l’altro ieri al Lago dei Salici dell’amico Piero che avrebbe dovuto ospitarci, penso al terrore di chi ha visto avanzare l’inferno d’acqua e vento e grandine, penso alla furia di un evento che tutto é stato tranne che naturale, penso ad un’estate mai arrivata, al cielo della Valdinievole perennemente striato di scie, al continuo susseguirsi di disastri atmosferici da nord a sud del nostro           martoriato stivale, penso che siamo in guerra e che queste siano prove tecniche di devastazione. 

Da domani è Lungavia!!